Workshop "TASTEFULL" di Studio FormaFantasma, Verona, novembre 2
 

Con “TASTEFULL” il cibo perde la sua funzione tradizionale e si trasforma in materiale di produzione di oggetti ed espressione di pensieri

   

Negli ultimi anni il cibo è diventato sempre più fonte di ispirazione ed indagine dei designer, che si sono cimentati nel disegno di nuove pietanze o di nuovi strumenti e metodi di consumo degli alimenti. Il food design è però solo uno dei momenti in cui il cibo incontra il design. In tempi in cui l’idea di sostenibilità è sia esigenza che fonte di ispirazione per nuovi prodotti, il commestibile è diventato area d’indagine principale per lo sviluppo di materiali bio degradabili.

   

Dall’amido di patate e mais fino alle farine o alle piume del pollame destinato alla macellazione, gli alimenti sono sempre piu utilizzati per produrre nuovi polimeri naturali. Anche esteticamente gli oggetti si arricchiscono di dettagli organici o si ricoprono di laccature gelatinose che, come glasse, stimolano visivamente una tattilità quasi “gustosa”.

 

Parallelamente l’idea di slow food si sta espandendo diventando slow-movement. Nel design questo si traduce nella riscoperta di tecniche artigianali perdute o nella rivalutazione del locale e di sistemi di vendita più complessi dove l’acquisto diventa esperienza.

Il workshop guidato da Studio Formafantasma, si è sviluppato in 5 giorni dove il cibo ed il commestibile sono stati indagati attraverso 3 diverse interpretazioni degli alimenti dal punto di vista del design:

  a-Cibo come fonte di colore   b-Cibo come ispirazione per nuovi metodi produttivi   c-Cibo come fonte di ispirazione formale ed estetica    

2.1 Progetti degli studenti:

   

Colore nostrano tinto a mano di Maria Chiara Casarotto e Teresa Palmieri

Rapa, piselli, zafferano, vino, cipolla e altro ancora vengono bolliti e filtrati per ottenere una sorprendente pallette colori dei cibi che appartengono alla tradizione culinaria veneta. Queste tinture vengono utilizzate per il design di un nuovo modo di intendere la tovaglia. Ricette tradizionali come “riso e bisi” o “risotto al radicchio di Treviso” vengono tradotte in percentuale di colore, dove i simboli della località vengono indagati tramite la carica emotiva del colore.

 

L.ink di Giacomo Bagnara

 

Storicamente il succo di limone veniva utilizzato per la stesura di messaggi invisibili su carta che, riscaldata, ne rivela il contenuto. Otto illustrazioni ripercorrono la storia sconosciuta dell’origine del limone, della sua migrazione dall’India all’antica Roma sino ad oggi. Come una poesia, il limone viene utilizzato come ink/link per raccontare i frammenti della storia perduta di uno dei più utilizzati condimenti del quotidiano.

   

b-Cibo come ispirazione per nuovi metodi produttivi

 

Gea di Giulia Cignacco

Il concept di questo progetto è la creazione di un nuovo tipo di polimero naturale: amido di patate e mais sono analizzati per la loro capacità plastica e, allo stesso tempo, altamente solubile, per la produzione di un packaging per piante. Partendo dall’idea di cibo come sostanza nutritiva per le piante, a questa bioplastica, vengono aggiunti alimenti come il lievito di birra, scarti alimentari e sangue di bue. La sostanza realizzata è biodegradabile e compostabile e svolge sia la funzione di imballaggio della pianta sia la funzione nutriente della stessa perché si scioglie a contatto con l’acqua rilasciando al suo interno il fertilizzante naturale. Questo progetto è stato intitolato Gea, come l’antica dea greca, madre di tutti gli dei dell’Olimpo e dea della fertilità e della natura che veniva identificata con la Terra stessa.

 

Sale d’Oriente di Gianmaria Citron e Francesca Gattello

 

Il progetto “Sale d’Oriente” riconsidera il complesso rapporto con lo zucchero che caratterizza la cultura occidentale e il suo utilizzo smodato. Nell’installazione proposta da Gianmaria e Francesca lo zucchero viene lavorato, cesellato e lucidato in minuscole pepite caloriche. La seduzione estetica in questo caso diventa veicolo per un consumo più consapevole dove l’elaborazione formale e il design elevano il quotidiano a straordinario, unico. Il nome del progetto “Sale d’Oriente” si riferisce a come lo zucchero veniva definito nel passato, un bene prezioso e raro importato in Europa con l’inizio dell’epoca coloniale.  

 

La giusta seccatura di Daniela Dilascio

 

Nel progetto i vegetali sono stati indagati nella loro struttura scoprendo analogie formali e funzionali con la produzione industriale di schiume, imbottiti e isolanti. La luffa, una pianta appartenente alla famiglia delle cucurbitacee, a metà strada tra zucca e zucchina, diventa l’ispirazione e il punto di partenza per la proposta di un nuovo materiale con potenzialità simili agli imbottiti industriali che, biologicamente ingegnerizzato e coltivato, possa in futuro diventare un sostitutivo naturale e biodegradabile dei materiali di origine sintetica. Nella proposta di Daniela, natura e industria si incontrano generando una produzione ibrida tra fattoria e fabbrica.

   

Farm\Factory di Andrea Francesconi

Ispirato alla fabbricazione di plastiche biodegradabili ricavate da amido di patate e mais, nel progetto, la produzione locale viene estremizzata in una proposta utopica e autarchica. Fattoria e industria si incontrano in un nuovo ibrido produttivo, dove gli scarti della produzione di olive e vino vengono ingegnerizzati per la creazione di nuovi materiali iper- naturali ed iper-locali.

 

Ho fatto un macello di Elena Scquizzato

Il progetto è un indagine sui metodi produttivi del pollame e sulla sproporzione tra domanda di petto di pollo e altre parti dell’animale. Utilizzando un ironico ma accurato metodo rappresentativo, il pollo diventa un nuovo animale mitologico composto da 13 petti, 3 ali, 5 cosce e 1/2 cuore (in relazione al consumo medio Europeo). Elena propone un’installazione che sia in grado di sensibilizzare a un consumo più responsabile e di incentivare un modo di cucinare più attento al recupero della tradizione rurale, dove nulla viene scartato.Durante la performance, i wurstel, dove tutti gli scarti di pollo vengono nascosti e ri- assemblati industrialmente, sono serviti in mono-porzioni che ricordano l’estetica della “fabbricazione” della carne.

 

c-Cibo come fonte di ispirazione formale ed estetica

 

L’appetito vien guardando di Lucia Gaspari

Nel progetto il cibo viene composto/scomposto e cotto/assemblato in strutture geometriche apparentemente astratte e casuali. Quella di Lucia in realtà è una nuova possibilità di illustrare le ricette: l’immagine non è rappresentativa del piatto pronto, ma un risultato estetico e infografico degli ingredienti e delle percentuali della portata. L’immagine del cibo viene radicalizzata per favorire la visione immediata e la comprensione veloce della struttura della ricetta. Lucia va contro la tradizionale iconografia del cibo tipica dei libri di cucina.

 

Reliquie temporanee di Sofia Lazzeri

Nel progetto di Sofia, i piccoli frutti del bosco come le castagne, le noci e le nocciole, che una volta consumati lasciano un guscio vuoto, diventano graziosi reliquiari dal gusto domestico e impeccabile. Con un atteggiamento poetico e introspettivo Sofia ha intrapreso un viaggio nel minuscolo e nell’intimo, riempiendo il vuoto, lasciato dal cibo consumato, con memorie e segreti individuali. I gusci vuoti del cibo sono stati sigillati e in alcuni casi resi inaccessibili utilizzando materiali semplici e di uso quotidiano come la cera fili e i ritagli di stoffa.

 

Inverno – Mangia come parli di Vera Leanza

Nel progetto di Vera, frutta e ortaggi di stagione sono indagati dal punto di vista formale, per scoprire al loro interno piegature e imperfezioni che diventano ispirazione per un nuovo typefont. Vera prevede di sviluppare altri font da dedicare alla primavera, all’estate e all’autunno, per incentivare un consumo alimentare più consapevole e stagionale. Il linguaggio diventa un gioco semantico per la creazione di nuovi accostamenti culinari. Immaginate che sapore potrebbe avere la parola Inverno.

 

Un amico per cena di Sara Ricciardi

Il progetto di Sara si ispira al cannibalismo delle tribù indigene e diviene metafora dei rapporti umani. Sara ha dato forma a un concetto metaforico grazie alla realizzazione di maschere commestibili nate da pane e glassa per dolci. Il progetto suggerisce una nuova ritualità del cibo che diventa decoro e prima ancora simbolo. Nutrirsi diventa un atto di violenza: “l’altro” viene letteralmente divorato. Nel caso di Sara il cibo diventa strumento teatrale per la rappresentazione contemporanea del mito di Pantagruel.

 

KJ – KiloJewel di Elisa Trentin

 

Il progetto di Elisa utilizza il cibo come fonte di materiale per la composizione di gioielli effimeri dall’alto contenuto simbolico. Elisa vede un legame tra il gioiello, oggetto che simboleggia il gusto estetico e il rapporto complesso tra la nostra società e il consumo di cibo. Verdure caramellate, pancetta fritta, datteri e altri “decori” iper-calorici diventano le pietre preziose di sarcastici gioielli commestibili, provocazione indiscussa del nostro rapporto con la magrezza e l’obesità.  

 

Vizio sintetico di Francesco Zorzi

La stevia è una pianta da lungo tempo utilizzata in Giappone per il suo alto potere dolcificante a basso tenore calorico. La pianta è stata per lungo tempo bandita e solo in questi giorni la Comunità Europea ne sta permettendo l’utilizzo. Partendo da questo presupposto Francesco ipotizza un nuovo destino per lo zucchero. In una visione del futuro tra utopia e realtà il progetto prevede il decadimento dello zucchero come principale fonte edulcorante. Lo zucchero diventa un nuovo prodotto del lusso che, allo stesso modo dei sigari, sarà consumato da pochi edonisti cultori della dolcezza. Nella presentazione lo zucchero viene lavorato come cristallo e vetro per produrre forme astratte e geometriche dall’alto contenuto estetico.